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Fine vita delle bioplastiche

La gestione del fine vita della plastica è una questione cruciale per le nostre società, in quanto sono in gioco l’inquinamento ambientale, la salute umana e l’uso limitato delle risorse.

La natura chimica delle diverse bioplastiche permette di distinguerle e classificarle in due famiglie: le plastiche di origine biologica e/o biodegradabili. Questa distinzione deve essere presa in considerazione anche quando si considera il fine vita di questi materiali bioplastici.

Infatti, quelli strutturalmente simili ai polimeri esistenti (PET o PE di origine biologica, ad esempio) avranno le stesse opportunità di riciclo a fine vita dei loro equivalenti a base di petrolio. Nel caso del riciclo degli imballaggi in plastica per uso domestico, la distinzione non è tecnicamente possibile con i mezzi attualmente utilizzati per selezionarli dopo la raccolta. Queste versioni di origine biologica possono poi essere riciclate come i materiali convenzionali, senza compromettere la qualità della plastica riciclata.

Al contrario, le bioplastiche con nuove strutture chimiche dovranno essere considerate caso per caso come nuovi materiali, alcuni dei quali hanno anche la capacità di essere biodegradabili. Ciò significa, ad esempio, che si possono prevedere nuovi metodi di recupero alla fine del ciclo di vita di un prodotto, in particolare attraverso il compostaggio o la metanizzazione.

Riducendo il volume di rifiuti plastici gettati nell’ambiente, questa proprietà può essere vista anche come una funzionalità che può essere sfruttata a proprio vantaggio, a seconda delle applicazioni e degli usi dei materiali.

Riciclaggio delle bioplastiche

Il riciclo dei polimeri dopo il loro utilizzo è ora considerato dalle autorità pubbliche come una delle soluzioni da privilegiare, soprattutto in Francia e in Europa dopo l’approvazione della legge AGEC all’inizio del 2020 e del regolamento europeo PPWR nel 2024.

L’accento è quindi posto sullo sviluppo di soluzioni riciclabili che consentano anche l’utilizzo di polimeri riciclati.

Le bioplastiche devono quindi inserirsi in questo nuovo modello e dimostrare la loro capacità di soddisfare i vari requisiti.

La grande domanda: questa bioplastica può essere riciclata?

Ma non esiste una risposta pronta a questa legittima domanda.

Per determinare l’idoneità di un polimero al riciclo, bisogna sempre considerare i seguenti punti:

  • Di che tipo di riciclo stiamo parlando? Il riciclaggio meccanico è stata la forma più comune di riciclaggio per molti anni, ma sta iniziando a essere rivaleggiato dal riciclaggio chimico o enzimatico (vedi le definizioni dei termini di riciclaggio nel nostro glossario).
  • Natura del materiale? In teoria, tutte le termoplastiche (polimeri che possono essere fusi e rifusi sotto l’effetto del calore all’infinito) possono essere riciclate meccanicamente, a patto che le loro proprietà siano ben conservate. Questo però non significa che lo siano.
  • Quale applicazione? Il punto fondamentale è sapere come viene attualmente gestito il fine vita del mio prodotto. Se rientra nel campo di applicazione di un sistema di responsabilità estesa del produttore (EPR), i produttori possono scegliere se istituire strutture collettive senza scopo di lucro, note come eco-organizzazioni, o se formare un proprio sistema individuale. In Francia, il sistema EPR più antico ed emblematico riguarda gli imballaggi domestici dal 1992. In questo caso, vengono emanate linee guida sulle migliori pratiche e vengono identificate le coppie prodotto/materiale con il miglior potenziale di riciclaggio, che vengono poi potenzialmente raccolte, selezionate e riciclate. Vengono creati sempre più canali, con requisiti e obiettivi diversi. È anche possibile che al momento non esista alcun canale per il prodotto in questione. In questo caso, a parte le iniziative individuali dei produttori o dei gruppi di produttori, ci sono poche possibilità di ottimizzare il fine vita del tuo prodotto.

Biodegradabilità e compostaggio delle bioplastiche

La biodegradabilità di un polimero è una proprietà che dipende dalla sua struttura chimica. L‘ADEME la definisce nella sua scheda tecnica come segue: “Un materiale si dice biodegradabile se può essere scomposto da microrganismi (batteri, funghi, alghe, ecc.). Il risultato è la formazione di acqua, CO2 e/o metano ed eventualmente di sottoprodotti (residui, nuova biomassa) non tossici per l’ambiente”. È questa capacità di essere scomposti che differenzia i polimeri biodegradabili da quelli che non lo sono.

Dobbiamo fare una chiara distinzione tra l’origine di un materiale (se è biobased o meno) e le sue proprietà a fine vita (se è biodegradabile o meno), che non sono in alcun modo collegate. Per questo motivo troviamo polimeri che sono biodegradabili ma non di origine biologica (come il PBAT o il PCL) e, al contrario, polimeri che provengono dalla biomassa ma non sono assolutamente biodegradabili (PE e PET di origine biologica, ad esempio).
Il compostaggio è il processo di trasformazione di materiali fermentabili in compost, che può essere utilizzato per migliorare la fertilità del suolo. Comporta una biodegradazione aerobica (in presenza di ossigeno) in condizioni molto specifiche.
Nel campo delle plastiche compostabili, si parla spesso di due tipi principali di compostaggio:

  • Il compostaggio domestico (noto anche come Home Compost), che può essere effettuato da privati in condizioni poco o per nulla controllate.
  • Il compostaggio industriale viene effettuato su piattaforme dedicate in condizioni regolamentate.

Queste due possibilità si differenziano principalmente per la temperatura a cui avviene la biodegradazione del prodotto e per la presenza o meno di microrganismi che ne permettono l’assimilazione. Questi fattori determinano diverse cinetiche di decomposizione a seconda della natura dei polimeri.

La metanizzazione, che produce biogas, si basa sulla biodegradazione in condizioni anaerobiche (senza ossigeno).

Standard e certificazioni per le plastiche biodegradabili e compostabili

EN 13432:2000

Definisce quattro criteri da rispettare(composizione, biodegradazione, disintegrazione e qualità del compost) per i materiali o gli imballaggi da recuperare nel compostaggio industriale.

NF T 51-800:2015

Questo standard più recente riguarda l’idoneità dei materiali per il compostaggio domestico. In particolare, è alla base delle leggi che regolano l’uso di sacchetti di plastica monouso per l’imballaggio dei prodotti nei punti vendita, nonché di pellicole per il routing e di altre tazze e piatti monouso.

Variazioni di questi standard vengono ora utilizzate anche per valutare la biodegradazione delle bioplastiche in condizioni e ambienti diversi, come il suolo o l’acqua di mare.

Sulla base dei test effettuati in conformità agli standard sopra citati, è possibile ottenere etichette commerciali per una comunicazione adeguata.

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